L'epica delle torte in faccia Parte 2 – La grande corsa

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L'epica delle torte in faccia Parte 2 – La grande corsa

A distanza di 35 anni dalla fine dell'epoca d'oro delle comiche mute e delle torte in faccia, Blake Edwards, creatore de La Pantera Rosa e di Hollywood Party, decide di concludere il suo La grande corsa (1965) con un omaggio a quella tradizione, concependo la più apocalittica e complessa sequenza di Pie Fight di sempre. Non è un caso che sia stato proprio Edwards a portare all'apogeo e a chiudere per sempre la tradizione delle torte in faccia, dal momento che in gioventù imparò il mestiere di regista e soprattutto l'arte di far ridere da Leo McCarey, l'uomo che creò Stanlio e Ollio e concepì la sequenza di cui si parlava qui . Stranamente La Grande Corsa è dedicato a "Mr. Laurel e Mr. Hardy, ma non a McCarey.

 

torte in faccia

Come potete ben vedere dalla sequenza che mostriamo, il meccanismo che innesca la battaglia è assolutamente invariato: Un primo personaggio viene colpito per sbaglio (in questo caso inciampa e cade sulla torta), reagisce lanciando una torta ma colpisce il bersaglio sbagliato, che a sua volta sbaglia mira. All'inizio il ritmo è lento, i primi colpiti restano di sasso e reagiscono con calma, senza perdere l'aplomb, poi i ritmi si imbizzarriscono e diventano convulsi, incontrollabili, ed il rapporto causa effetto sparisce, per lasciare spazio al caos. 

A forza di equivoci i contendenti si moltiplicano fino a prenderci gusto e a trasformare il set in un delirio brulicante di personaggi invasati che si bersagliano a vicenda senza un perchè.
Ma Edwards  non si limita a rimettere in scena un clichè, lo reinventa letteralmente sfruttando appieno tutti i mezzi che il cinema muto non aveva, in primis il colore e la profondità di campo. Guardando le immagini, l'impressione è che il colore sia nato per mostrare le torte in faccia e viceversa, visto che entrambi gli elementi ne risultano magnificati. Il colore permette di mettere in scena decine di torte diverse, ciascuna con il proprio ripieno e il proprio effetto differente quando si spalma sulle facce ed i vestiti, ed il set si tramuta pian piano in un delirio cromatico memorabile. Per quanto riguarda invece la profondità di campo, mentre nel cinema muto l'immagine era sempre piatta, visto che con gli obbiettivi di allora non era possibile mettere a fuoco sia i personaggi in primo piano sia quelli sullo sfondo, con i mezzi del cinema moderno Edwards è libero di lavorare con lo spazio con una libertà neanche immaginabile negli anni '20. Se quindi l'espansione graduale del campo di battaglia è sempre stata condizione sine qua non di questo tipo di sequenze, qui l'ampliamento è portato alle estreme conseguenze, con torte lanciate in ogni direzione, personaggi in primissimo piano che ne colpiscono altri sullo sfondo  ecc. ecc.
Il risultato? Beh, se c'è un modo per dare una bella forma al caos, crediamo proprio che sia questo!

 

 

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