Pimp my lil’ sneakers
Metti due donne, due amiche, due mamme. Convinte che un sorriso può fare la differenza, la chiamano “smileriot”, la rivoluzione del sorriso. Loro sono Chiara Formenti e Justine Romano e hanno un blog “Le Funkymamas, modern culture for today's moms”. Chiara e Justine hanno coinvolto 10 creativi, scelti tra blogger, mamme, cantanti e chi più ne ha più ne metta di personalizzare un paio di scarpe da bimbo in cotone equosolidale per diffondere la rivoluzione del Fairtrade, con un sorriso ovviamente.

Hanno partecipano al progetto “Pimp my lil’ sneakers”: La casa nella prateria, Zelda was a writer, Cambiandostrada, Nicoz Balboa, Wonder – Ma che davvero? , Nina and other little things, Lovers, Jack Jaselli, Cosebelle Magazine.
Le scarpe personalizzate sono in vendita su The Kidsboutik, il ricavato sosterrà alcuni progetti a favore del mondo Fairtrade. Ti abbiamo incuriosito? Clicca qui
Un grazie a tutte le mamme del mondo con una rosa speciale
Forse non lo sai ma la maggior parte delle rose vendute in Italia non proviene dalle nostre Riviere. Sono in larga parte importate dal Kenya, dove la produzione di fiori, il più grande settore economico dopo il turismo e la coltivazione del tè, ha spesso gravi implicazioni ambientali e sociali.
Le condizioni di lavoro sono molto dure e l’utilizzo di pesticidi e diserbanti (fino a ottanta passaggi chimici, dal trattamento del suolo all’impacchettamento) produce gravi danni all’ambiente e alla salute dei lavoratori.
Anche le rose certificate Fairtrade provengono dal Kenya, ma i produttori che operano nel circuito del commercio equo certificato usano tecniche di produzione sostenibili, sono remunerati equamente, vedono i loro diritti rispettati, hanno la garanzia delle tutele sindacali e contratti di lavoro. Ai produttori, oltre al prezzo equo e stabile per le rose, il sistema Fairtrade assicura un margine aggiuntivo (il Fairtrade premium) da investire in progetti di sviluppo destinati alle comunità di appartenenza.
Grazie al Fairtrade il villaggio dove si trova Ravine, una delle piantagioni di rose che lavora nel circuito del commercio equo certificato, si è arricchito di una scuola materna, una biblioteca con un laboratorio di computer, un centro ricreativo che ospita una piccola sartoria. I lavoratori inoltre possono accedere ad un fondo per l’educazione che offre in prestito denaro ad un tasso dello zero per cento per finanziare la propria educazione o quella dei familiari, in particolare dei figli, consentendo loro di frequentare buone scuole secondarie ed assicurarsi un futuro migliore.
Per raccontarci i benefici del Fairtrade verrà in Italia ad inizio maggio Grace Mwangi, una lavoratrice di Ravine, che si trova nella Rift Valley. Grace ha trentadue anni ed è una madre sola che riesce a coniugare la dedizione a Terry e Dennis, i suoi due figli, con la passione per il lavoro, che le ha portato diversi riconoscimenti e la volontà di migliorare continuamente. Le rose che coltiva Grace profumano di valori, rispetto e sostenibilità. Le potete trovare per la festa della mamma, il prossimo 13 maggio, in moltissimi supermercati. Sarà un modo speciale per dire “Grazie Mamma”.
Il Fairtrade non conosce crisi!
57,5 milioni di euro: a tale cifra ammonta il totale delle vendite dei prodotti certificati Fairtrade in Italia per l'anno 2011. Il dato, che attesta una crescita del +16,5% rispetto al 2010, conferma il trend positivo di incremento dell'equosolidale certificato negli ultimi anni, che si inserisce appieno nel crescente allargamento del mercato dei prodotti sostenibili.
Detto altrimenti: nonostante la difficile situazione economica, gli italiani sono sempre più attenti alla qualità di ciò che acquistano, e la certificazione Fairtrade rappresenta un valore aggiunto per il quale sempre più consumatori optano.
Da notare anche una particolarità: il 54% del valore dei prodotti Fairtrade venduti nel 2011 è biologico, con una crescita netta del 16% in volume, rispetto al dato 2010. Un segnale chiaro e forte che i consumatori italiani premiano le pratiche produttive responsabili verso l’ambiente e le comunità locali, incentivando grazie al prezzo equo e al Fairtrade Premium la coltivazione biologica nel Sud del mondo. L’impegno dei produttori che coltivano biologico è premiato da un guadagno maggiorato grazie ad un Fairtrade Premium specifico per i prodotti da agricoltura biologica. Tra i prodotti biologici con i migliori risultati, spiccano il tè (+83%), i biscotti e altri snack (+91%).
Grazie alla loro "spesa consapevole" sempre più consumatori italiani assicurano condizioni di lavoro dignitose, un prezzo equo e il rispetto delle colture locali a 1,2 milioni di lavoratori nel Sud del Mondo.
Grazie a tutti!
Il caso Eternit: un pensiero al Sud del Mondo
La sentenza di condanna ai proprietari di Eternit del 13 febbraio scorso è stata giustamente definita storica; ma perché sia veramente tale dobbiamo impegnarci perché travalichi i confini nazionali. Il nostro pensiero va immediatamente ai produttori e lavoratori agricoli del Sud del mondo, di paesi dell’America Latina o l’India, dove l’amianto non solo non è stato messo al bando ma non vi è alcuna coscienza della sua pericolosità. Così le lastre di amianto, spesso in pessime condizioni, fanno da copertura di abitazioni, luoghi di lavoro, magazzini, in città come nelle campagne.
Da quasi vent'anni la dignità dei lavoratori del Sud del mondo è al centro degli standard Fairtrade, l'unico sistema di certificazione dei prodotti del commercio equo al mondo, trasparente, tracciato e verificato da un ente terzo.
Nel corso di tutti questi anni Fairtrade International ha sviluppato – insieme agli stessi produttori e alle loro organizzazioni di rappresentanza - una serie di criteri che hanno l’obiettivo di accompagnare i piccoli produttori verso uno sviluppo sostenibile, economico e sociale: gli standard ambientali, che riguardano il risparmio di risorse primarie come l'acqua, la chiusura del ciclo dei rifiuti, l'utilizzo di sementi senza OGM - solo per citarne alcuni - guidano i produttori verso una produzione agricola che salvaguardi la terra. Altri pongono al centro la salute dei lavoratori.
La sentenza di Torino ci lancia un segnale preciso: l'amianto è cancerogeno e i vertici dell'azienda sono stati condannati perché sapevano e non hanno operato per tutelare i loro dipendenti e le popolazioni che vivevano ai margini delle fabbriche.
Allora anche noi non possiamo fare finta di non sapere che nel Sud del mondo, in America Latina in particolare, se ne fa ancora un grandissimo uso, in campagna come in città.
Fairtrade Italia insieme a Fairtrade International lavorerà per includere fra gli standard della certificazione Fairtrade il divieto dell’uso dell’amianto come materiale edile nei fabbricati e magazzini dei produttori. Lo faremo come siamo soliti operare nella nostra organizzazione: attraverso l’informazione, la condivisione e l’accompagnamento al recepimento di un criterio che riconosca questa pratica come mortale e di conseguenza venga abbandonata.
Gli standard Fairtrade sono già oggi molto avanzati: per quanto riguarda la tutela della salute dei lavoratori, nell’evitare lo sfruttamento del lavoro minorile o la discriminazione di genere. La vicenda italiana sull'eternit ci lancia una nuova sfida: non lasciamo soli i paesi in via di sviluppo, troppe volte pattumiere del ricco Nord.
Voci dal Sud: fotovoltaico per i produttori Fairtrade del Kenya
Ci sono tante evidenze che dimostrano che i produttori Fairtrade riescono non solo a ridurre la loro impronta ecologica ma anche a ridurre la loro spesa energetica. Tambuzi è una piantagione keniota di rose che lavora nel circuito Fairtrade da poco più di un anno. Su 250 lavoratori impiegati, la metà sono donne. Uno dei primi investimenti realizzati grazie ai profitti del Fairtrade è stato l’acquisto dei piccoli kit solari da istallare nelle case dei lavoratori. Se prima la maggior parte dei lavoratori di Tambuzi usava il cherosene per l’illuminazione, ora ognuno ha il suo piccolo impianto fotovoltaico. Maggie Hobbs, manager di Tambuzi, ci spiega che “abbiamo invitato cinque aziende a mostrarci i loro prodotti e poi democraticamente abbiamo scelto il nostro fornitore. Comprandone molti siamo riusciti ad ottenere un ottimo prezzo, circa metà di quello di mercato, e a darli ai nostri lavatori con dei finanziamenti agevolati”. “Prima spendevamo 7 dollari al mese per la paraffina, oggi ne spendiamo 3 per l’impianto fotovoltaico che nel giro di poco sarà nostro. Ora mentre io cucino i miei figli possono fare i compiti nella loro camera, possiamo avere fino a quattro luci, la radio, il caricabatterie del cellulare allo stesso tempo. Ma soprattutto abbiamo più tempo di stare insieme la sera anche se è scesa la notte” ci ha raccontato una lavoratrice di Tambuzi. E’ la giustizia energetica, un mix di autonomia, consapevolezza e basso impatto ambientale.
Alla conferenza Onu sul clima la voce dei produttori Fairtrade contro il cambiamento climatico
Tra poche settimane a Durban, Sudafrica, si terrà la 17ma Conferenza Onu sul cambiamento climatico (COP17). La necessità di intervenire tempestivamente per bloccare l’aumento delle temperature e della concentrazione di Co2 nell’atmosfera è sempre più urgente. Solo poche settimane fa, durante l’ultimo incontro preparatorio, i delegati degli Stati aderenti alla Convenzione Onu sul clima hanno avuto una bella doccia fredda. I dati parlano chiaro: la temperatura media del pianeta aumenterà ben più di due gradi e ben prima del 2100.
Il protocollo di Kyoto, che pur essendo in buona parte disatteso resta l’unico strumento per controllare il trend del cambiamento climatico, è prossimo alla scadenza. Ma all’orizzonte si addensano nuvole temporalesche. I partiti sono due, da una parte i Paesi ricchi, dall’altra i Paesi poveri, e le prospettive non possono essere più distanti. I Paesi ricchi non vogliono rinunciare al proprio stile di vita e sono disposti a fare passi indietro solo se a farli sono anche tutti gli altri. I Paesi poveri contestano al Nord del mondo il dominio incontrastato (e lo spreco) di risorse energetiche durato secoli, e chiedono di bilanciare i limiti imposti dalla questione climatica con l’opportunità di ottenere lo “sviluppo” che i Paesi del Nord hanno raggiunto da tempo.
Nel mezzo gli agricoltori, i pescatori, i pastori, i popoli originari e i cittadini, prevalentemente del Sud del mondo, che sono i primi a subire i rovesci del clima folle e gli ultimi a poter prendere la parola. Per far sentire la propria voce, quindi, anche i produttori di Fairtrade, attraverso le associazioni regionali di Africa, Asia e America Latina, si stanno organizzando e hanno intenzione di farsi sentire a Durban.
I produttori Fairtrade sono in prima linea nella battaglia contro il cambiamento climatico, come testimoniano le loro storie.
Come quella di Yvette Konstadopoulos, produttrice di vino nella zona del Capo, Sud Africa. Un’area che riceve meno di 20 mm di pioggia all’anno e dipende dal fiume Orange per assicurare la crescita delle vigne. «Due piene sono arrivate in tempi diversi, sommergendo 15 filari di uva. Siamo stati fortunati, in realtà, perché solo due settimane prima avevamo raccolto gli ultimi grappoli. Se fosse successo nel mezzo della vendemmia avremmo perso moltissimo prodotto, e sarebbe stato finanziariamente disastroso per noi. Questi sono eventi che possono buttare un’azienda agricola fuori dal mercato e far perdere il lavoro a molti membri della comunità locale».
Una storia meno fortunata è quella di Aprainores, un’organizzazione di produttori di El Salvador. Alex Flores, direttore della cooperativa, racconta: «Il livello delle acque non si è mai alzato come ha fatto un paio di settimane fa. L’acqua è salita di un metro sopra il livello delle nostre installazioni, facendoci perdere circa 60 tonnellate di materia prima in deposito e danneggiando alcune infrastrutture. Altrove l’innalzamento del livello del mare ha rovinato almeno quattro ettari coltivati ad anacardi».
Le elevate temperature e il progressivo scioglimento delle calotte polari sono due dei principali fattori di estremizzazione del clima: pioggia molto più violenta (e più rara) in alcuni luoghi, aridità sempre più accentuata in altri. E a farne le spese sempre gli stessi.
A fine Novembre i produttori Fairtrade diranno queste ed altre cose ai delegati dei 200 Paesi aderenti alla Convenzione Onu sul clima. Che tengano a mente, durante le loro discussioni, che il destino di miliardi di persone dipende dalle scelte che sapranno prendere.
I nostri acquisti possono fare la differenza
I consumatori sono sempre più attenti a cosa c’è sotto l’etichetta. Una quota sempre più consistente di persone include, tra i propri criteri di consumo, l’impatto che i loro acquisti possono avere nella vita dei produttori e dei lavoratori dei Paesi del Sud del Mondo. È quanto emerge da una ricerca globale commissionata da Fairtrade International, di cui Fairtrade Italia è parte, e realizzata dall’istituto indipendente GlobeScan sulla base di 17.000 interviste realizzate in 24 paesi.
Sei persone su dieci (59%) ritengono, infatti, di poter fare la differenza attraverso le proprie scelte di consumo e hanno un’aspettativa molto alta rispetto alla responsabilità sociale delle aziende. Il 79% degli intervistati ritiene, infatti, che le aziende abbiano un ruolo importante nella riduzione della povertà e nel favorire lo sviluppo dei paesi del Sud del Mondo, attraverso un modo più giusto di fare commercio. Una considerazione di ordine generale che si concretizza, in particolare, nella convinzione (condivisa dall’85% del campione) che un prezzo equo e stabile delle materie prime sia un aspetto cruciale di cui le aziende che trattano di caffè, cacao, banane, tè, zucchero di canna e tanti altri prodotti del Sud del Mondo debbano tenere conto.
Il 58% dei consumatori riconosce che il marchio Fairtrade permette di identificare facilmente se un bene è prodotto eticamente, permette quindi di fare la “scelta giusta”. Il 64% degli interpellati, tra coloro che hanno familiarità con il marchio, reputa che sia sinonimo di un sistema che permette di ridurre la povertà nei paesi in via di sviluppo. Il 61% dimostra una conoscenza ancora più dettagliata, riconoscendo nel marchio Fairtrade prezzi stabili e accesso al mercato per i produttori del Sud del Mondo.
Il 63% (il 69% tra gli italiani) di chi già conosce il marchio Fairtrade crede che garantisca standard severi. Almeno tre quarti dei consumatori pensa inoltre che una certificazione indipendente sia il modo migliore per accertare le dichiarazioni di eticità di un prodotto. E, con l’89% degli intervistati, l’Italia è al primo posto tra i paesi che stimano la certificazione un plus imprescindibile per attestare l’eticità di un prodotto.
Il consumatore eticamente sensibile non si limita ad essere soggetto passivo, ma diventa a sua volta promotore del sistema. E infatti il 29% del campione esaminato ha conosciuto il Fairtrade tramite la famiglia e gli amici, il 28% sul web (17% ricerche, 8% social media, 3% blog). Gli italiani spiccano per il passaparola. Quasi 8 intervistati su 10 consiglierebbero ad amici, parenti e colleghi i prodotti Fairtrade.
Voci dal Sud: la Noce dell’Amazzonia e la biodiversità
Vi è una pianta nella foresta, la più alta di tutte, la “Castanheira”, conosciuta anche come Noce dell’Amazzonia (Bertholletia Excelsa). La sua chioma arriva fino a sessanta metri d’altezza. Ogni pianta copre centinaia di metri quadri di foresta, facendo da scudo e protezione alle piante sottostanti e alla vita del bosco. L’albero della Noce Amazzonica protegge la foresta, ma per continuare a vivere ha bisogno che l’ambiente in cui cresce mantenga le caratteristiche di bosco incontaminato e intatto. Se si taglia o si dirada con gli incendi il bosco amazzonico, la produzione di frutti cessa, e la pianta, a poco a poco, muore.

Il frutto ha la forma di un cocco: all'interno ventiquattro spicchi durissimi contengono ognuno un seme nutriente e gustoso, proteico, ricco di vitamine, sali minerali, selenio: oligoelementi preziosi, curativi. Da sempre le popolazioni amazzoniche, che ben la conoscono, difendono la pianta della Noce. Difendendola, difendono tutta la foresta, e difendono se stessi. La Noce è spesso l’unica risorsa di tutta l’area, l’unica alternativa a deforestazione ed emigrazione. Attraverso il lavoro delle cooperative amazzoniche e la commercializzazione nei circuiti Fairtrade della Noce, le popolazioni locali riescono a mantenere se stesse contribuendo alla conservazione della più grande foresta del mondo.
Abbronzati, Biologici ed Equosolidali
L'estate è già iniziata, e per gli irriducibili della tintarella anche quest'anno sono in commercio i prodotti solari a base di ingredienti Fairtrade distribuiti da Commercio Alternativo, storica centrale di importazione di prodotti di commercio equo.
Quattro sono le referenze che compongono la linea: latte solare spray bassa protezione (spf 6), media protezione (spf 15), alta protezione (spf 30) e doposole rinfrescante all’olio di Argan. Degli ingredienti della composizione, il burro di Karitè del Burkina Faso, l’olio di Noce dell’Amazzonia del Perù, il miele del Nicaragua, l’olio di oliva della Palestina, l’olio di cocco dello Sri Lanka sono certificati Fairtrade.
La sicurezza e l'efficacia della linea di solari è assicurate dal biossido di titanio, filtro fisico che contrariamente ai filtri chimici non assorbe i raggi UVA e UVB ma li riflette, senza subire nessun tipo di alterazione, rimanendo stabile e non sensibilizzando la cute. Inoltre non contengono filtri nano particellari. Tutte caratteristiche che rendono questi solari adatti a tutti i tipi di pelle, anche le più sensibili come quelle dei bambini.
Tutta la linea è dermatologicamente testata, non contiene conservanti, è Nichel Tested (<1PPM a norma di legge) e Gluten free, per assicurare un’altissima qualità del prodotto e garantire una sicurezza totale al consumatore. Inoltre, le materie prime alla base dei prodotti derivano da agricoltura biologica certificata.
Anche il packaging, in monomateriale riciclabile al 100% è stato pensato per ridurre al massimo l’impatto ambientale.
La linea di solari è disponibile in alcune Botteghe del Mondo, nei Negozi NaturaSì e Cuorebio. È inoltre in vendita on line nello shop della rivista Internazionale.
Il mango Fairtrade che valorizza i produttori del senegalesi di Apad
Il commercio equo, la cooperazione allo sviluppo e il sistema distributivo si mettono insieme così che il sogno di una piccola associazione del Senegal può diventare realtà. È quanto accade ad Apad che raggruppa 329 piccoli produttori di mango del Casamance: partita già nel 1987 grazie all’intuizione di alcuni contadini che hanno lavorato sulla qualità di questo frutto che cresceva spontaneamente, nel 1988 Apad ha conosciuto l’organizzazione non governativa fiorentina Cospe.
Cospe ha sostenuto Apad nel miglioramento delle varietà e delle tecniche colturali, la formazione, il rafforzamento delle capacità tecniche e gestionali dei produttori e la ricerca dei canali di commercializzazione. È, infatti, proprio questo il problema principale dei produttori senegalesi che si devono confrontare con le speculazioni degli intermediari locali.
I bana bana (così vengono chiamati questi intermediari) dettano legge: stabiliscono i prezzi e stimano approssimativamente la produzione del frutteto senza considerare il peso reale della merce. Per questo Apad ha scelto di esportare direttamente i frutti assumendosi i rischi di un lungo viaggio via terra di due giorni che comporta l'attraversamento di un altro stato, il Gambia, per arrivare all'aeroporto di Dakar da dove il carico viene spedito in Italia.
Dal 2005, con il primo container per l’Italia, Apad è stata certificata Fairtrade e anche quest’anno ripete l’esperienza esportando i suoi manghi che sono in vendita per tutta l’estate nei supermercati di Coop Adriatica e di Unicoop Tirreno.
In una regione come quella della Casamance che soffre da oltre 20 anni di instabilità politica, a causa della contrapposizione fra il movimento indipendentista e lo stato senegalese, e della mancanza di infrastrutture che hanno determinato una grossa crisi economica, la possibilità di vendita della frutta all'estero rappresenta una grande opportunità di sviluppo sociale ed economico. Oggi in Casamance la vendita dei manghi può fare la differenza: favorisce l'occupazione di donne e giovani, aumenta il potere contrattuale dei piccoli produttori, permette loro di valorizzare il prodotto e di investire in nuovi progetti a carattere sociale.
Quest’anno Apad è riuscita a spedire 20 tonnellate di mango in Italia ma tanta altra produzione viene venduta localmente a basso costo o rimane invenduta. Sostenere questa attività e promuovere l'acquisto della frutta certificata Fairtrade significa condividere questa sfida con i produttori del Sud del Mondo.
Guarda il video: http://www.youtube.com/watch?v=6KDhe27UeMY
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