Alla conferenza Onu sul clima la voce dei produttori Fairtrade contro il cambiamento climatico
Tra poche settimane a Durban, Sudafrica, si terrà la 17ma Conferenza Onu sul cambiamento climatico (COP17). La necessità di intervenire tempestivamente per bloccare l’aumento delle temperature e della concentrazione di Co2 nell’atmosfera è sempre più urgente. Solo poche settimane fa, durante l’ultimo incontro preparatorio, i delegati degli Stati aderenti alla Convenzione Onu sul clima hanno avuto una bella doccia fredda. I dati parlano chiaro: la temperatura media del pianeta aumenterà ben più di due gradi e ben prima del 2100.
Il protocollo di Kyoto, che pur essendo in buona parte disatteso resta l’unico strumento per controllare il trend del cambiamento climatico, è prossimo alla scadenza. Ma all’orizzonte si addensano nuvole temporalesche. I partiti sono due, da una parte i Paesi ricchi, dall’altra i Paesi poveri, e le prospettive non possono essere più distanti. I Paesi ricchi non vogliono rinunciare al proprio stile di vita e sono disposti a fare passi indietro solo se a farli sono anche tutti gli altri. I Paesi poveri contestano al Nord del mondo il dominio incontrastato (e lo spreco) di risorse energetiche durato secoli, e chiedono di bilanciare i limiti imposti dalla questione climatica con l’opportunità di ottenere lo “sviluppo” che i Paesi del Nord hanno raggiunto da tempo.
Nel mezzo gli agricoltori, i pescatori, i pastori, i popoli originari e i cittadini, prevalentemente del Sud del mondo, che sono i primi a subire i rovesci del clima folle e gli ultimi a poter prendere la parola. Per far sentire la propria voce, quindi, anche i produttori di Fairtrade, attraverso le associazioni regionali di Africa, Asia e America Latina, si stanno organizzando e hanno intenzione di farsi sentire a Durban.
I produttori Fairtrade sono in prima linea nella battaglia contro il cambiamento climatico, come testimoniano le loro storie.
Come quella di Yvette Konstadopoulos, produttrice di vino nella zona del Capo, Sud Africa. Un’area che riceve meno di 20 mm di pioggia all’anno e dipende dal fiume Orange per assicurare la crescita delle vigne. «Due piene sono arrivate in tempi diversi, sommergendo 15 filari di uva. Siamo stati fortunati, in realtà, perché solo due settimane prima avevamo raccolto gli ultimi grappoli. Se fosse successo nel mezzo della vendemmia avremmo perso moltissimo prodotto, e sarebbe stato finanziariamente disastroso per noi. Questi sono eventi che possono buttare un’azienda agricola fuori dal mercato e far perdere il lavoro a molti membri della comunità locale».
Una storia meno fortunata è quella di Aprainores, un’organizzazione di produttori di El Salvador. Alex Flores, direttore della cooperativa, racconta: «Il livello delle acque non si è mai alzato come ha fatto un paio di settimane fa. L’acqua è salita di un metro sopra il livello delle nostre installazioni, facendoci perdere circa 60 tonnellate di materia prima in deposito e danneggiando alcune infrastrutture. Altrove l’innalzamento del livello del mare ha rovinato almeno quattro ettari coltivati ad anacardi».
Le elevate temperature e il progressivo scioglimento delle calotte polari sono due dei principali fattori di estremizzazione del clima: pioggia molto più violenta (e più rara) in alcuni luoghi, aridità sempre più accentuata in altri. E a farne le spese sempre gli stessi.
A fine Novembre i produttori Fairtrade diranno queste ed altre cose ai delegati dei 200 Paesi aderenti alla Convenzione Onu sul clima. Che tengano a mente, durante le loro discussioni, che il destino di miliardi di persone dipende dalle scelte che sapranno prendere.
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